Il convegno sul tema del “buon costume”

 

Oltre cento partecipanti al nostro convegno su “La clausola generale del ‘buon costume’ – Tra arte, pubblicità e sentimento religioso”: (qui la locandina).

Di seguito alcune immagini:

Di seguito una sintesi di Ilaria Pisa (v. anche ilticino16.3.12)

Ha avuto ad oggetto una riflessione ad ampio raggio sul concetto giuridico-sociale del “buon costume”, il convegno organizzato mercoledì 7 marzo dall’Unione Giuristi Cattolici di Pavia “Beato Contardo Ferrini” nell’Aula Volta dell’Università.

Don Giovanni Lodigiani, docente di Teologia morale presso l’I.S.S.R. di Pavia e Vigevano, ha tracciato in via introduttiva lo sfondo prettamente antropologico su cui va inquadrato il tema del pudore – pur arduo da ricostruire in una società moralmente variegata, come la nostra – e dei limiti che esso può richiedere alla libertà d’espressione, a norma dell’art. 21 della Costituzione.

Ha poi inaugurato l’analisi dei profili più strettamente giuridici la Prof. Grazia Mannozzi, Ordinario di Diritto penale all’Università dell’Insubria, che ha illustrato l’evoluzione storica e la configurazione attuale dei presidi penalistici a tutela del buon costume. Quest’ultimo è clausola normativa “elastica” per eccellenza, dal momento che si riferisce a termini, quali “pudore” e “vergogna”, che esprimono sentimenti individuali la cui reiterazione, nel tempo e nello spazio, costituisce la “moralità pubblica”; a sua volta, essa può definirsi come l’insieme dei precetti di cui una collettività si dota per evitare che la sessualità del singolo si estrinsechi in modo moralmente dannoso. Una ricognizione della normativa in materia porta a individuare le vittime da tutelare nei bambini e negli adolescenti, fasce fragili per definizione.

Sul tema del buon costume nel diritto della pubblicità e della proprietà intellettuale è intervenuto l’Avv. Giovanni Angelicchio, Dottore di ricerca dell’Università di Pavia, il quale ha ricordato come, anche a livello europeo, marchi e brevetti debbano rispettare il limite del buon costume, che peraltro – nonostante il silenzio della legge – è da ritenersi senz’altro applicabile al diritto d’autore. A norma del codice della proprietà industriale, non possono coprirsi con brevetto le invenzioni la cui attuazione sia contraria al buon costume: ed è indubitabile che tali siano diverse invenzioni nel settore delle biotecnologie (la clonazione umana, le modifiche genetiche non giustificate da esigenze terapeutiche, la creazione di chimere), tutte censurate dalle guidelines dell’Unione Europea in materia di brevettabilità. Il relatore ha poi effettuato un’ampia carrellata dei casi più rilevanti, in ambito commerciale, di collisione col buon costume, tra cui la recente controversa campagna fotografica di Benetton, il discusso marchio “A-style” e il “miracolistico” spot di Sky. Oggi, alla luce del codice di autodisciplina delle comunicazioni commerciali e della giurisprudenza relativa, le violazioni del buon costume costituiscono condotte di concorrenza sleale, in quanto, offendendo il consumatore, minano la credibilità stessa del sistema pubblicitario.

Ha concluso il Prof. Luciano Musselli, Ordinario emerito di Diritto ecclesiastico presso la nostra Università, con una riflessione dedicata al rapporto tra buon costume e tutela del sentimento religioso. Tale relazione, stante l’assenza di menzioni del buon costume nella ormai scarna normativa penale in materia di offese alla religione, può apparire marginale, ma diventa feconda se si considera che i boni mores stigmatizzano tutti i comportamenti repellenti e suscettibili di riprovazione sociale, come recentemente emerso in relazione all’opera teatrale di Romeo Castellucci, che ha sollevato numerosi interrogativi riguardo alla libertà d’espressione (art. 21 Cost.) e artistica (art. 33 Cost.), ma anche alla libertà (di critica) religiosa, qualora ad un’opera si volesse annettere un messaggio in tal senso.

Il Professore ha sottolineato come anche la satira religiosa più volgare, o le offese nei confronti della Madonna o del Santo Padre, siano andate esenti da conseguenze giudiziarie serie; ha però additato l’art. 403 del codice penale, che punisce il vilipendio a chi professi una religione, quale via per ottenere una difesa per il culto stesso, specie in un contesto sociale in cui la diffamazione delle religioni, attraverso i loro simboli, è capace di originare tensioni esplosive, che nascono dall’autotutela, anche violenta, del sentimento religioso comunitario, promossa da singoli o da gruppi. Tensioni che il diritto, come recentemente riconosciuto anche da una risoluzione ONU, ha il compito di arginare, ricorrendo al bilanciamento degli interessi costituzionali in gioco nell’ottica di una generale responsabilizzazione, reprimendo le blasfemie e rivitalizzando il limite del buon costume, come sintesi di valori e comportamenti esigibili in una società democratica, laica ma non antireligiosa.

 

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