Intervista al Presidente Ferraresi sulla vicenda della professoressa di Trento discriminata dalle suore perché gay – Le ragioni di una polemica infondata e pretestuosa – Tempi del 2 Luglio

La vicenda riguardava un contratto di lavoro non rinnovato: la professoressa, nel vedersi negato il rinnovo, sostenne di essere stata discriminata per il suo orientamento sessuale.

L’opinione che qui si sostiene è che, in primis, il giudice non abbia valutato correttamente la situazione di fatto concretamente esistente – semplicemente qui non c’è stata discriminazione di sorta – e, in secundis e pur nella insussistenza del fatto discriminatorio, non abbia in ogni caso tenuto in debito conto il diritto delle c.d. ‘organizzazioni di tendenza’ ad assumere personale positivamente orientato con il proprio sistema ‘ideologico’ (diritto chiaramente riconosciuto tanto dalla Corte Costituzionale quanto dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo). 

Il Presidente intervista il Cardinal Caffarra – La Nuova Bussola Quotidiana

Caffarra a tutto campo su famiglia e Cirinnà: “Con la firma Mattarella ha ridefinito il matrimonio”

di Marco Ferraresi
25-05-2016

Parlare di famiglia non è mai stato così complicato. Persino dentro la Chiesa. Fa problema anzitutto l’oggetto del discorso: cosa è veramente famiglia? E come pretendere che non vi sia confusione nella società civile, se pure nella Chiesa si oscurano talora verità fondamentali sul matrimonio? La controversia sul cap. VIII dell’esortazione Amoris Laetitia di Papa Francesco e la recente legge italiana sulle unioni civili destano sconcerto.

Ne parliamo con il Card. Carlo Caffarra, Arcivescovo emerito di Bologna. Caffarra è stato fondatore e Preside dell’Istituto Giovanni Paolo II per gli studi sul matrimonio e la famiglia. Già partecipante come esperto al Sinodo dei vescovi sulla famiglia del 1980, è membro di nomina pontificia ai Sinodi del 2014 e del 2015. Risponde alle domande con la semplicità e la franchezza degli uomini della sua terra: “Quella fettaccia di terra tra il grande fiume e la grande strada”, dice orgogliosamente citando Guareschi.

Eminenza, cos’è la famiglia?

E’ la società che trae origine dal matrimonio, patto indissolubile tra un uomo e una donna, che ha la finalità di unire i coniugi e trasmettere la vita umana.

Da un’unione civile, secondo la legge Cirinnà nasce una famiglia?

No. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, firmando questa legge, ha sottoscritto una ridefinizione del matrimonio. Ma un provvedimento normativo non cambia la realtà delle cose. Occorre dirlo: i sindaci (soprattutto, naturalmente, quelli cattolici) devono fare obiezione di coscienza. Celebrando un’unione civile si renderebbero infatti corresponsabili di un atto gravemente illecito sul piano morale.

Perché questa crisi di identità della famiglia in Occidente?

Me lo chiedo spesso, ma non ho una risposta esaustiva. Comunque, una concausa è un processo di “debiologizzazione”, per il quale non si ritiene più che il corpo abbia un linguaggio (e dunque un significato) oggettivo. Questo significato viene così determinato dalla libertà della persona. Si è spezzato,nella coscienza occidentale, il legame tra bios e logos.

In una prospettiva di fede, non vi sono pure cause soprannaturali?

Nel 1981 stavo fondando per volontà di San Giovanni Paolo II l’Istituto per gli studi sul matrimonio e la famiglia. La fondazione era prevista per il 13 maggio, data della prima apparizione della Madonna a Fatima. Il Papa in quel giorno subì l’attentato, da cui uscì miracolosamente salvo per grazia – a dire dello stesso Pontefice – della Madonna. Dopo i primi anni di vita dell’Istituto, scrissi a suor Lucia, la veggente di Fatima, chiedendo preghiere per l’opera, e aggiungendo che non aspettavo risposta. Una risposta però arrivò comunque.

Che cosa le rispose?

Suor Lucia scrisse – e, vorrei sottolineare, siamo  nei primi anni ’80 – che vi sarebbe stato un tempo di uno “scontro finale” tra il Signore e Satana. E il terreno di scontro sarebbe stato costituito dal matrimonio e dalla famiglia. Aggiunse che coloro i quali avrebbero lottato per il matrimonio e la famiglia sarebbero stati perseguitati. Ma anche che costoro non avrebbero dovuto temere, perché la Madonna ha già schiacciato la testa al serpente infernale.

Parole profetiche: è quello che sta accadendo?

Viviamo una situazione inedita. Mai era accaduto che si ridefinisse il matrimonio. E’ Satana che sfida Dio, come dicendo: “Vedi? Tu proponi la tua creazione. Ma io ti dimostro che costituisco una creazione alternativa. E vedrai che gli uomini diranno: si sta meglio così”. L’arco intero della creazione si regge, secondo la Scrittura, su due colonne: il matrimonio ed il lavoro umano. Non è ora nostro tema il secondo, pure soggetto ad una “crisi definitoria”; per quanto qui concerne, il matrimonio è stato istituzionalmente distrutto.

La Chiesa può rispondere a simile sfida?

Deve rispondere, per ragioni direi strutturali. La Chiesa si interessa del matrimonio perché il Signore l’ha elevato a sacramento. Cristo stesso unisce gli sposi. Si badi, non è una metafora: secondo le parole di San Paolo, nel matrimonio il vincolo tra gli sposi si innesta nel vincolo sponsale tra Cristo e la Chiesa, e viceversa. L’indissolubilità non è anzitutto una questione morale (“gli sposi non devono separarsi”), ma ontologica: il sacramento opera una trasformazione nei coniugi. Sicché, dice la Scrittura, non sono più due, ma uno. Questo è detto chiaramente in Amoris Laetitia (par. 71-75). Il sacramento, poi, infonde negli sposi la carità coniugale. E di questo parlano benissimo i capitoli IV e V dell’Esortazione. Inoltre, il sacramento costituisce gli sposi in uno Stato di vita pubblico nella Chiesa e nella società. Come ogni Stato di vita nella Chiesa, anche lo Stato coniugale ha una missione: il dono della vita, che si continua nell’educazione dei figli. Qui il capitolo VII diAmoris Laetitia colma addirittura, a mio avviso, una lacuna nel dibattito dei vescovi al Sinodo.

In pratica, cosa dovrebbe fare la Chiesa?

Una sola cosa: comunicare il Vangelo del matrimonio. Ho detto “comunicare”, perché non si tratta solo di un evento linguistico. La comunicazione del Vangelo significa guarire l’uomo e la donna dalla loro incapacità di amarsi e introdurli nel grande Mistero di Cristo e la Chiesa. Questa comunicazione avviene attraverso l’Annuncio e la catechesi; e attraverso i Sacramenti. Ci sono persone che, dopo una catechesi sul Sacramento del Matrimonio, vengono a dirmi: perché nessuno mi ha mai parlato di queste realtà meravigliose? I giovani, soprattutto, devono essere al centro delle nostre preoccupazioni. La questione educativa in materia è “la” questione decisiva. Il Papa ne parla ampiamente nei par. 205-211.

Eminenza, che dire della questione dell’accesso ai sacramenti dei divorziati risposati? Il Papa ne tratta al cap. VIII, del quale sono state offerte però letture contrapposte.

Anzitutto, vorrei sottolineare che il Papa stesso nel par. 307 afferma che, prima di occuparci dei matrimoni falliti, dobbiamo preoccuparci di quelli da costruire. E, aggiungo, il problema della sua domanda resta quantitativamente limitato. Certo, sul piano dottrinale è tutt’altro che da trascurare. A tal proposito, rispondo a partire da quattro premesse.

1) Il matrimonio è indissolubile. Come dicevo, prima che un obbligo morale, l’indissolubilità è un dato ontologico. Spiace osservare che non tutti i Padri sinodali avessero ben chiaro tale fondamento ontologico.

2) La fedeltà coniugale non è un ideale da raggiungere. La forza di essere fedeli è donata nel sacramento (vi immaginate il marito che dice alla moglie: “Esserti fedeli è un ideale che cerco di raggiungere, ma ancora non riesco”?). Troppe volte si usa in Amoris Laetitia la parola “ideale”, occorre attenzione sul punto.

3) Il matrimonio non è un fatto privato, disponibile dagli sposi. E’ una realtà pubblica per il bene della Chiesa e della società.

4) Il cap. VIII, oggettivamente, non è chiaro. Altrimenti come si spiegherebbe il “conflitto di interpretazioni” accesosi anche tra vescovi? Quando ciò accade, occorre verificare se vi siano altri testi del Magistero più chiari, tenendo a mente un principio: in materia di dottrina della fede e di morale il Magistero non può contraddirsi. Non si devono confondere contraddizione e sviluppo. Se dico S è P e poi dico S non è P, non è che abbia approfondito la prima. L’ho contraddetta.

Amoris Laetitia, dunque, insegna o no che vi sia uno spazio di accesso ai sacramenti per i divorziati risposati?

No. Chi versa in uno stato di vita che oggettivamente contraddice il sacramento dell’Eucaristia, non può accedervi. Come insegna il Magistero precedente, possono invece accedervi coloro che, non potendo soddisfare l’obbligo della separazione (ad es. a causa dell’educazione dei figli nati dalla nuova relazione), vivano in continenza. Questo punto è toccato dal Papa in una nota (la n. 351). Ora, se il Papa avesse voluto mutare il Magistero precedente, che è chiarissimo, avrebbe avuto il dovere, e il dovere grave, di dirlo chiaramente ed espressamente. Non si può con una nota, e di incerto tenore, mutare la disciplina secolare della Chiesa. Sto applicando un principio interpretativo che in Teologia è sempre stato ammesso. Il Magistero incerto si interpreta in continuità con quello precedente.

Dunque, nessuna novità?

La novità, oltre alla possibilità data dal S. Padre di eccepire, a giudizio prudente dei vescovi, ad alcune norme canoniche, è soprattutto nel prendersi cura di questi fratelli divorziati risposati, cercando di imitare il nostro Salvatore nella modalità con cui Egli incontrava le persone più bisognose del “medico” . Il cap. VIII (“accompagnare, discernere, integrare”), a mio modesto avviso, è la guida di questo “prendersi cura”. Non dobbiamo cadere nell’inganno mass-mediatico di ridurre tutto a “Eucarestia sì-Eucarestia no”.

http://www.lanuovabq.it/it/articoli-caffarra-a-tutto-campo-su-famiglia-e-cirinnacon-la-firma-mattarella-ha-ridefinito-il-matrimonio-16283.htm

Il Cardinal Caffarra a Pavia per una conferenza su famiglia, modernità ed Amoris Laetitia

Per il giorno di venerdì 20 maggio alle ore 21.00 e presso il Collegio Santa Caterina, l’Unione Giuristi Cattolici di Pavia ‘Beato Contardo Ferrini’ ha organizzato una conferenza su temi di grande attualità: il titolo proposto è “Permanere nella Verità di Cristo. Famiglia, Sinodo, Modernità: l’Esortazione Amoris Laetitia”. L’impegnativo argomento sarà sviscerato da un relatore d’eccezione, il Cardinal Carlo Caffarra, Arcivescovo Emerito di Bologna.

Su temi quali il rapporto tra proposta cristiana, soluzioni pastorali, modernità e famiglia, la voce del porporato è certamente, nel panorama italiano (ma non solo), una di quelle che può levarsi con più autorevolezza.

Originario della diocesi fidentina in Emilia Romagna, dopo l’Ordinazione e il conseguimento di un dottorato in diritto canonico all’Università Gregoriana, l’allora Don Carlo Caffarra inizia a studiare e ad occuparsi, a partire dagli anni settanta, di famiglia, matrimonio e procreazione: nel 1981, San Giovanni Paolo II lo chiama a presiedere l’appena fondato Pontificio Istituto per studi su matrimonio e famiglia (in seguito intitolato al medesimo Pontefice). Lungimirante proposito del Papa era che questo Istituto si occupasse di indagare, con metodo rigorosamente e sempre più scientifico, le grandi verità della vita matrimoniale e famigliare: è anche grazie alla Presidenza del futuro Cardinale se l’attività di questo Istituto, tramite sezioni distaccate e un’assidua attività editoriale, ha potuto diffondersi in tutti e cinque i continenti ove oggi è presente. Nel 1995 giunge la nomina arcivescovile e nel 2006 quella al cardinalato. Recentemente, Papa Francesco lo ha scelto quale membro di nomina pontificia per partecipare al Sinodo Straordinario sulla Famiglia, dopo averlo confermato alla guida dell’Arcidiocesi bolognese per un biennio dopo i raggiunti limiti di età.

Alla serata, per portare il saluto della Chiesa pavese e della cittadinanza tutta e per esprimere la propria gratitudine, parteciperà anche il Vescovo Corrado.

 

Unioni Civili – Panucci su ‘La Nuova Bussola Quotidiana’

Cirinnà, usiamo la ragione ‘A reti unificate’

di Paolo Panucci*13-05-2016

L’approvazione della Legge Cirinnà, che dà un riconoscimento giuridico alle unioni civili fra persone dello stesso sesso, rappresenta un altro passaggio decisivo nel processo di dissoluzione del nostro Paese, iniziato con l’introduzione del divorzio. Un svolta epocale che, dopo la lunga battaglia per evitarla, richiede una attenta riflessione per comprenderne appieno la portata e le sfide che si parano avanti. Per questo alcune testate e siti cattolici – che hanno combattuto la battaglia per fermare questa deriva – hanno deciso di collaborare proponendo l’uscita contemporanea di una serie di articoli che analizzano la Legge Cirinnà per coglierne tutta la portata distruttiva e per offrire alcune indicazioni sul “dopo”. Si tratta di un esperimento, che abbiamo chiamato “A reti unificate” (www.retiunificate.it), per indicare la volontà di unire le nostre voci quando sono in pericolo la vita, la famiglia, la libertà, l’educazione, la religione, il bene comune. È una piattaforma che rappresenta una aggregazione libera di testate e siti che contano così di dare più forza e incisività alle proprie ragioni. Gli articoli usciranno contemporaneamente secondo un calendario prestabilito e rimarranno on line sulla piattaforma A reti unificate. Per quanto riguarda la Legge Cirinnà, le testate che hanno aderito sono:Corrispondenza RomanaCultura Cattolica, il Timone on lineLa CroceLa Nuova Bussola Quotidiana,Notizie ProvitaOsservatorio Van ThuanTempi. E questo è il calendario degli articoli:

  • Oggi: Paolo Panucci, Avvocato, Consigliere Unione Giuristi Cattolici Italiani. Cirinnà, un’unione poco civile
  • Lunedì 16 maggio: Stephan Kampowski, Professore ordinario di Antropologia Filosofica presso il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia. Il matrimonio non è un affare privato
  • Mercoledì 18 maggio: Tommaso Scandroglio, Docente di Etica e bioetica presso l’Università Europea di Roma. Da oggi l’omosessualità è un bene giuridico
  • Venerdì 20 maggio: Stefano Fontana, Direttore dell’Osservatorio internazionale Cardinale Van Thuan sulla Dottrina sociale della Chiesa. Unioni civili, un attentato alla libertà religiosa
  • Lunedì 23 maggio: Roberto Marchesini, psicologo e psicoterapeuta. Dopo la Cirinnà. Che fare?

 

La legge Cirinnà-Renzi-Alfano indica quali siano i requisiti minimi per la formazione di un’unione civile: “due persone maggiorenni dello stesso sesso costituiscono un’unione civile”. Siamo di fronte ad una rivoluzione sociale, antropologica e giuridica: la parificazione del matrimonio uomo-donna a unioni civili tra due persone dello stesso sesso, senza che siano neppure richiesti l’omosessualità o l’esistenza di legami affettivi (che, ovviamente, nessuno potrebbe accertare come realmente sussistenti).

Gli unici requisiti previsti sarebbero il medesimo sesso e la presenza di due persone soltanto: queste potrebbero ottenere tutti i benefici del matrimonio – in particolar modo quelli alla pensione di reversibilità o al subentro nel contratto di locazione, nel caso di decesso di uno dei due, o la partecipazione all’assegnazione delle case popolari – semplicemente dichiarando di voler formare un’unione.

E’ evidente che qualunque coppia dello stesso sesso (due preti, due studenti universitari fuori sede, due semplici amici), tranne le persone escluse anche dal matrimonio (ossia i parenti tra loro), potrebbe dichiarare di voler formare un’unione e ottenere tutti i benefici del matrimonio.

Ma sorge spontaneo chiedersi: perché solo due e non di più? Perché zii e nipoti dello stesso sesso, che magari cercano di sopravvivere aiutandosi a vicenda, non possono ottenere gli stessi benefici?

L’attuale divieto di nozze per zii e nipoti di sesso opposto è facilmente intuibile: essendo il matrimonio finalizzato alla procreazione, il veto mira ad evitare l’incesto e tutto quel che ne consegue. Ma poiché le unioni civili di due persone dello stesso sesso non sono e non possono essere finalizzate alla procreazione (poiché per loro natura non possono generare figli senza ricorrere a terze persone di sesso opposto) perché discriminare ingiustamente i parenti o le unioni poliamorose?

In realtà, le vere domande sono a monte: perché due persone dello stesso sesso che si amano non possono sposarsi? Perchè la Costituzione tutela la famiglia fondata sul matrimonio uomo-donna e non altre unioni?

Art. 29: “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”. Vi è una chiara correlazione tra famiglia e matrimonio, laddove la prima è identificata nella “società naturale” esistente sin dalla preistoria, composta da un uomo e una donna che, insieme, possono generare figli. Non si riconosce e tutela qualsiasi tipo di unione ma solo la famiglia fondata sul matrimonio uomo-donna per la sua caratteristica peculiare di poter generare i figli, perché questi sono fondamentali non solo per la coppia ma per tutta la collettività. Essi, infatti, assicurano il ricambio generazionale. Immaginiamo una società senza bambini: quante insegnanti, pediatri, educatori, assistenti sociali, editori etc. etc. sarebbero senza lavoro! Il matrimonio uomo-donna è promosso e tutelato perchè non si riduce ad una questione privata tra due persone ma coinvolge altri: i figli e la collettività intera.

La Costituzione, quindi, non tutela affatto gli eterosessuali in quanto tali: il legislatore fotografa una situazione, la famiglia composta da un uomo e una donna capaci, insieme, di generare figli, e la ritiene preziosa per la collettività proprio per la sua capacità intrinseca a procreare e ad assicurare il ricambio generazionale.

Che sia la funzione procreativa il motivo per cui viene tutelato in modo speciale l’unione uomo-donna lo si ricava dal termine stesso “matrimonio” che ha la sua radice nell’unione dei termini mater, madre (colei che genera) e munus (“dovere”, “funzione”, letteralmente “dovere di essere madre”) e da altre norme costituzionali: l’art. 31 agevola le famiglie con tanti figli e, soprattutto, “protegge la maternità”.

Nella Costituzione, quindi, è riconosciuta espressamente la particolare importanza del ruolo della mamma: non si tutela la donna in sé ma “la maternità”, ossia la funzione generatrice e allevatrice di figli: è, quindi, la maternità il vero bene per l’intera collettività, che non si limita al fatto di mettere al mondo i figli ma comprende anche il loro accudimento.

Altre norme ancora (artt. 30 e 36) confermano l’indissolubile rapporto tra genitori – cioè che generano – e figli ed il fatto che è la famiglia – e non i suoi singoli componenti – a trovare un suo riconoscimento specifico. La famiglia fondata sul matrimonio, quindi, è un soggetto diverso dalla mera unione di due eterosessuali. E’ un qualcosa di più che la Costituzione tutela in modo speciale perchè coinvolge tutti.

Non vi è, quindi, alcuna discriminazione ingiusta nel trattare in modo diverso le unioni di persone di sesso diverso, rispetto a quelle dello stesso sesso: si tratta di situazioni completamente differenti. Al contrario, trattarle in modo simile significherebbe discriminare in modo ingiusto le prime a vantaggio delle seconde.

Non è poi vero che il riconoscimento delle unioni civili non toglierebbe nulla alle famiglie naturali: il testo di legge fa capire bene che, quando si riconosce un diritto a qualcuno, automaticamente si fa sorgere un dovere in capo ad un altro. In esso, infatti, si stabiliscono i costi che tutti i cittadini dovrebbero accollarsi per le pensioni di reversibilità ai superstiti delle unioni: dai 3,7 milioni per l’anno corrente, sino ai 16 milioni per il 2025, espressamente sottratti al fondo previsto per lo sviluppo del Paese, con sacrificio, quindi, della crescita dell’Italia e dell’occupazione dei giovani. E’ questo che la maggioranza degli italiani vuole?

Infine, nella legge sulle unioni civili la stepchild adoption è stata superata dal rinvio alla disciplina sull’adozione: è vero che la legge sulle adozioni non permetterebbe ad una coppia omo di adottare, ma la recente giurisprudenza, più volte, ha già permesso ai conviventi gay di adottare. Ergo il coniuge omo potrà adottare non solo il figlio del compagno ma qualsiasi altro minore.

Del resto la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha già chiarito che gli Stati sono sì liberi di decidere se introdurre, o meno, discipline che riconoscano le unioni omosessuali ma, ove lo facessero, esse dovrebbero essere in tutto e per tutto identiche al matrimonio eterosessuale, adozioni comprese. Ma è questo che gli italiani vogliono davvero?

*Avvocato, Consigliere Unione Giuristi Cattolici Italiani